venerdì 6 luglio 2012

Diario di un’emigrata: italiani in fuga in Australia – Preambolo

Diario di un’emigrata: italiani in fuga in Australia – Preambolo: L’idea di questo diario di viaggio dedicato all’Australia nasce dalla volontà di portare una testimonianza concreta su un fenomeno particolarmente diffuso ma di cui si hanno solo informazioni vaghe e confuse: l’emigrazione dei giovani italiani in Australia degli ultimi anni.



Partiamo dall’origine di tutto: dal 2004 l’Italia ha stabilito con l’Australia un permesso di soggiorno chiamato Working Holyday Visa, che permette ai giovani italiani tra i 18 e 30 anni di passare un anno in Australia, lavorando e viaggiando. Di questa informazione molti ne sono a conoscenza, alcuni ne hanno sentito parlarne, altri, leggendone ora, capiranno perché due persone che conoscono indirettamente sono partire quest’anno. Tale visto non è l’unico a disposizione per tentare di vivere nell’isola più grande del mondo, ma sicuramente il più gettonato.
Se vi capiterà mai di trattare l’argomento “viaggio in Australia” con amici più disparati, di ambienti o città diverse, potrei scommettere che riceverete sempre questa risposta: “ho un amico/un conoscente/un parente che è stato in Australia per molto tempo/è li per un anno/ è andato e non è più tornato”.
Io per prima conosco direttamente almeno tre persone che negli ultimi anni sono partite: di queste solo una è tornata dopo l’anno lì trascorso, ma non avevo assolutamente chiara la consistenza di questa migrazione finché non ho fatto la stessa scelta e ho cominciato a parlarne.

Messa alle strette dalle evoluzioni del mio percorso lavorativo, ho richiesto e ottenuto il famigerato Working Holiday Visa lo scorso marzo e ho comprato il biglietto aereo per il 2 luglio; in questi mesi ho raccolto informazioni, testimonianze e reazioni dall’ “opinione pubblica”: ho scoperto che tutti siamo involontariamente a conoscenza di quest’esodo ma le informazioni sulla realtà di questa scelta, modalità di partenza e di soggiorno, motivi, obiettivi e speranze del viaggio, sono confuse e disordinate.
Tra il 2010 e il 2011 sono arrivati in Australia circa 60.000 italiani, con permessi di soggiorno di breve o lungo periodo: si tratta quasi del doppio delle partenze rispetto a dieci anni fa.
I maggiori luoghi comuni nati sul tema sono: “un cameriere in Australia guadagna 15 euro all’ora, dopo un anno di lavoro si torna ricchi, chi va in Australia raccoglie frutta nei campi ma è ben pagato, molti trovano il lavoro della vita e non tornano più, sembra che tutto funzioni nel modo giusto, la qualità della vita è molto alta, etc”. E tralascerei la mole di frasi tipiche sulla terribile fauna australiana che sembra raccogliere sull’isola tutti gli esemplari più pericolosi al mondo.
Secondo le mie ricerche, le notizie sono cosi confuse perché, tolto il passaparola, nessun autorevole testata tratta approfonditamente l’argomento. Ne volete un prova? Sapete qual è la capitale dell’Australia?
Una metà di voi risponderà Sydney mentre l’altra metà Melbourne. Sono felice di condividere con voi la mia prima scoperta sull’Australia: la capitale si chiama Canberra. E, a meno che non siate dei appassionati di geografia, siete giustificati quanto me a non averlo saputo finora.
Ma non trovate che non avere notizie elementari sul continente nel quale la maggior parte di connazionali sta emigrando recentemente sia una vera mancanza?
Attraverso i racconti diffusi, si dipinge il quadro di un paese, anzi un continente, dei balocchi, un nuovo mito americano, specie se paragonata all’Italia alla deriva che stiamo vivendo in questi anni critici.
Nei mesi che mi hanno separato dalla partenza, la mia curiosità sul “fenomeno Australia” è cresciuta molto e, spinta dalla voglia di toccare con mano la realtà, ho deciso di fare del mio viaggio una testimonianza concreta, diretta e periodicamente aggiornata, per capire cosa muove tanti italiani a tentare la fortuna, spingendosi fino agli antipodi del pianeta.
Attraverso la cronaca della mia imminente esperienza australiana, vorrei riportare quanto più possibile dati oggettivi che aiutino chi riflette su questa possibilità a giocare con le carte scoperte, senza illusioni ma anche senza timori, e contemporaneamente vorrei confrontare le storie degli italiani che sono partiti, per conoscere le ragioni della loro fuga e scoprire dove li ha portati questa strada. Il tentativo è ambizioso, ma farò del mio meglio perché sono la prima, “nel mezzo del cammin di nostra vita”, che ha bisogno di risposte. Dopo tutto “la vita è un viaggio”.


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